Gustiamoci un bianco del Lazio

Via dalla testa l'idea che i vini laziali siano di scarsa qualità

Diciamoci la verità. non è facile che una persona, andando al ristorante, pensi di ordinare un vino del Lazio. Anche a Roma stessa i sommelier non fanno di certo a gara per proporre agli avventori i vini della propria regione. Questo perché il Lazio fa ancora fatica a scrollarsi di dosso l’immagine di una regione vocata solo alle grandi quantità, immagine che gli deriva dagli anni in cui la coltivazione principe era a tendone, con distese di vigneti atte a produrre centinaia di quintali di uva ad ettaro.

La situazione ormai è cambiata, inizialmente grazie ad un piccolo manipolo di imprenditori che hanno deciso di guardarsi intorno e cominciare a cambiare i principi che vigevano allora in vigna e in cantina. Poi, come spesso accade, aperta una porta qualcun altro la imbocca e così il numero di produttori che si è messo a lavorare seriamente è cresciuto moltissimo. Anche se, per risollevare un’intera regione, occorre la spinta propulsiva di un numero ancora maggiore di aziende serie.

Personalmente tengo d’occhio questa realtà da tempo, essendo il Lazio la mia regione d'origine, e vorrei spendere due parole sui bianchi che si trovano in  giro. Si tratta di vini diversi tra di loro per provenienza, vitigni, tecniche di vinificazione, annata. Alcuni produttori hanno puntato sui vitigni autoctoni della regione, come i quasi scomparsi bellone (o cacchione), moscato di Terracina, roscetto, passerina del frusinate; gli altrettanto tradizionali malvasia (del Lazio, di Candia, puntinata), trebbiano, grechetto, ma non mancano incursioni di vitigni internazionali come lo chardonnay o il sauvignon. E poi ancora, qualche produttore utilizza le barrique, altri si affidano esclusivamente all’acciaio… Insomma, ce n'è per tutti i gusti e in commercio si possono trovare vini anche molto diversi tra loro ma che parlano della riscossa di una regione, che non è più legata solo ai vinelli dei Castelli Romani (quelli delle sagre folkloristiche e degli stornelli popolari, per intenderci).

Ci sono vini molto interessanti, come i Frascati Superiore Riserva Luna Mater di Fontana Candida, ottimo anche e soprattutto dopo alcuni anni dalla vendemmia, o il Sesto 21 di Casata Mergé; il Fiorano Bianco della Tenuta di Fiorano del principe Alessandrojacopo Buoncompagni Ludovisi, il Latour a Civitella di Sergio Mottura, impagabile Grechetto della Tuscia,  il Biancolella di Ponza di Casale del Giglio, il raro Cannellino di Frascati di Villa Simone... Insomma, vale la pena provare a fare delle incursioni alla ricerca di piccole chicche davvero di qualità. 

Da sottolineare che si tratta in molti casi (con l’eccezione dei cru o delle selezioni) di vini che sono proposti ancora a prezzi abbordabili. Il che non guasta.

Riguardo all'autore
Stefania Vinciguerra

Giornalista professionista dal 1991, si è avvicinata al mondo del vino negli anni universitari, grazie a un corso dell’Associazione Italiana Sommelier. Affascinata da degustazioni e pubblicazioni sul vino, ha ottenuto, ancora giovanissima, la direzione del mensile Pane & Vino (prima direttrice donna di una rivista di enogastronomia in Italia), ha collaborato con svariate riviste del settore, ha lanciato e diretto anche il mensile Euposìa e attualmente è caporedattrice del webmagazine DoctorWine e della Guida Essenziale ai Vini d’Italia di Daniele Cernilli.